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Se qualcuno scrive…. febbraio 14, 2011

Posted by marisadibartolo in Uncategorized.
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Scrivere è certamente un modo per comunicare. A volte è un futile tentativo; a volte il messaggio lanciato in una bottiglia galleggia nell’ infinito mare dello spaziotempo  e raggiunge altri occhi, altre orecchie, anche quando chi ha scritto non è più. Eppure, tale è il potere della cosa scritta che un mondo risorge non appena le parole trovano un lettore. Ma questo non solo se chi scrive è un artista: anche una semplice lettera, persino un biglietto scarabocchiato in fretta trafigge il tempo e colpisce al cuore.   Se a qualcuno é  capitato di trovare le lettere che  nonni o  parenti si scrissero in antico, capirà a cosa mi riferisco. Ma non è questo che voglio dire!

Perché il segreto della scrittura è questo: non è mai quello che sembra voler dire. Altrimenti non ci sarebbe bisogno di scrivere.

E quindi, perché scrivo? E perché proprio storie di fantascienza?

(non ricordo il nome del pianeta dov' ero capitata..)


Intanto vorrei fosse chiaro che qui sono del tutto nuova, e quindi incline a fare confusione tra colori, corsivi e sistemazione del testo. Ma tenterò ugualmente di rispondere al “perché” di tre linee sopra.

Intanto, la fantascienza come filone letterario (diciamo così) non disturba nessuno. Può non piacere, ma non dà neppure troppo fastidio. Non è la ricostruzione di un certo momento storico (magari tendenziosa) non è un saggio sull’ alimentazione (che nessuno leggerà mai) , non è la biografia romanzata di Giulio Cesare, e neppure una storia romantica, né un giallo (in fatto di di misteriosi delitti  esiste già una straordinaria abbondanza nel contensto stesso in cui viviamo senza comprare nessun libro :basta accendere la televisione).  Una storia di fantascienza può farci accedere a ipotesi che non fanno parte della logica, né della nostra mente, a personaggi dalla fisiologia sconosciuta,  in mondi ben lontani dal nostro, tra coordinate temporali estremamente flessibili.

State a sentire (quanto segue è il frammento di un mio romanzo futuro).

”3 gennaio 50.006

Ho atteso un poco prima di riprendere a scrivere, o meglio ancora riscrivendo e cancellando per avere la certezza di trovare la forma più adatta a comunicare quanto sperimentai  nello scendere la scala. In realtà avevo voluto attentamente valutare se con la scomparsa di Mosè si fossero verificati in Asura cambiamenti, o se quanto meno ci fosse stato un seguito di ipotesi e pettegolezzi. Con mia meraviglia invece nulla accadde: l’ unica persona a commentare la sparizione fu la tata, con la quale mi ero confidato. Rachel molto semplicemente disse che forse Mosè era andato imprudentemente a passeggiare nel deserto e che lì una qualche radiazione l’ aveva ucciso; poiché il corpo non era stato ritrovato, aggiunse, la sabbia l’ aveva evidentemente inghiottito oppure Seth e Nuth se l’erano mangiato. La spiegazione mi parve plausibile e non ci pensai più, né, d’altra parte, nessuno parlò mai dell’ episodio, proprio come se Mosé non fosse mai esistito (devo qui aggiungere che nella generale apatia e indifferenza in cui era immersa la vita in Asura non era strano che eventi clamorosi non producessero echi di sorta, come se i suoi abitanti avessero perso la capacità di ricordare e di interrogarsi su accadimenti anche gravi.) .

Torno ora a descrivere la mia discesa lungo la scala. Ho detto che era dorata, ma in realtà il colore dei gradini  aveva qualcosa di fluido, come l’ acqua di un fiume contenente pagliuzze d’ oro. Cioè anche se mi trovavo in un  ambiente coperto, simile all’ interno di un vasto piroscafo, l’acqua che scorreva in discesa formando nel suo scorrere i misteriosi gradini specchiava le stelle, come fossi stato direttamente sotto la volta celeste. Gradino dopo gradino i miei piedi scalzi affondavano in quell’acqua che non li bagnava, lasciandomi solo una sensazione di freschezza. Sentivo che qualcun altro scendeva: intravidi dietro di me una presenza, qualcuno che mi parve  altissimo e  longilineo . La scala sprofondava come dentro un imbuto, e da larghissima che era andò via via restringendosi, mentre le pareti dell ‘imbuto divenivano irregolari, quasi ondulate. Non saprei dire quanto possa esser durato il mio scendere: forse persi la nozione del tempo e più che scendere gradino dopo gradino iniziai a precipitare in quell’ imbuto sempre più simile a un torrente verticale di luce, dal percorso infinito, che non pareva dover sbucare da nessuna parte.

Invece tutt’ a un tratto mi ritrovai sbattuto al capolinea  dell ‘ imbuto di luce. Era  qualcosa di simile a una tiepida tonda pozza sul cui fondo si intrecciavano vortici iridescenti. Ci stavo dentro quando il tizio allampanato dietro di me mi passò davanti e mi elargì un  sorriso. Era davvero molto alto, con una gran quantità di capelli lisci castani intorno al viso allungato, dai grandi occhi. Indossava un completo grigio e un’ argentea cravatta  impreziosita da tre diamanti montati su una spilla d’oro. Tutto l’ insieme era molto elegante e dava un’ idea di affidabilità. Ma c’era qualcosa che in quell’ uomo risultava  evidente, anche agli occhi di un piccolo bambino: questo qualcosa era la sua bellezza. << Sono Seth >> disse subito lo sconosciuto, forse temendo di avermi spaventato. << Non c’ è nulla di cui aver paura qui,  sei coi tuoi compagni di giochi>>.

Un altro personaggio comparve accanto a Seth. Costui era altrettanto alto e il suo incarnato bianchissimo pareva emanare luminosità propria. Indossava una giacca blu notte e pantaloni bianchi. Assomigliava a Seth, tolto che per i capelli, di  una curiosa tinta azzurrina, strinati di un  turchese più intenso. Compresi dovesse trattarsi di Nuth. Infatti confermò  subito la mia intuizione.<< Mi hai riconosciuto?>> chiese. << Sono Nuth, il tuo amico del deserto.>>

I nuovi Seth e Nuth parevano simpatici , e mi ci sentii a mio agio quanto mi ci ero trovato con la loro precedente versione. Ero pieno di domande e di stupore: ma la stranezza del luogo mi paralizzava. Notavo intanto che i vortici al termine dell ‘ imbuto in realtà facevano parte di un tempestoso sovrapporsi di onde che dalle pareti scendevano e risalivano intrecciandosi su quel fondo. << Ma dove siamo?>> chiesi con la poca voce che riuscii a tirar fuori. << E voi come mai  adesso siete così diversi?>> continuai.<< Davvero siete sempre Seth e Nuth? >>

I due si guardarono tra loro ridacchiando. << Certo che siamo noi.>> rispose Seth, raddrizzandosi la spilla, che era scivolata un po’ di traverso.<< E nello stesso tempo non lo siamo. Gli animali che hai visto al piano di sopra- inclusi quelli di taglia più piccola- sono  forme di vita chimeriche che abbiamo inventato per evitare di esporci in maniera diretta su  questo pianeta, per noi troppo caldo…e anche per non farci troppo notare quali presenze aliene. Noi veniamo da un altro universo,  ci siamo per comodità mimetizzati in corpi biomeccanici allo scopo di  tener lontani i curiosi e di  circolare senza danni in superficie.>>

…………………………………

Che ne dite?

Io direi che basta così per oggi!


 

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Commenti»

1. marisa di bartolo - febbraio 16, 2011

Un attimo ancora!
guarda qui
http://www.fabiopiferi.it/ARTE/infiniti_mondi.htm
Non preoccuparti di chi sia questo fabio piferi.
E non chiederti perché qui dopo il mio nome c’è una j.!
E’ un lungo discorso.
Tu cerca quell’ indirizzo e basta, poi spiego.


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